OMAR

CHESSA

Candidato Rettore dell'Università degli Studi di Sassari per il sessennio 2026-2032

Programma – I servizi, le infrastrutture e i sistemi

Programma rettorale 2026-2032

I servizi, le infrastrutture e i sistemi

01

Il CRIDIA - Centro di ricerca informatica, dati e intelligenza artificiale

Le competenze informatiche del personale docente, tecnico-amministrativo e bibliotecario non possono più essere considerate alla stregua di un settore specialistico, separato dalle altre funzioni dell’Ateneo. Esse costituiscono, al contrario, una condizione strutturale per il loro corretto esercizio: incidono sulla qualità e sull’innovazione della didattica, sulla capacità di promuovere una ricerca competitiva e autenticamente interdisciplinare, nonché sull’efficacia delle relazioni che l’Università di Sassari intrattiene con le istituzioni, il sistema produttivo e le comunità territoriali. Ne consegue la necessità di un investimento non episodico, fondato su solide competenze disciplinari, infrastrutture condivise, forme collegiali di coordinamento e una dotazione di personale adeguata a garantire continuità e sostenibilità alle attività.

In questa prospettiva si colloca la proposta di istituire il CRIDIA – Centro di ricerca informatica, dati e intelligenza artificiale -, destinato a conferire unità, visibilità e proiezione strategica a competenze oggi distribuite in sedi diverse dell’Ateneo. Non si tratterebbe dell’ennesimo centro tematico, né di una struttura rivolta esclusivamente allo sviluppo di applicazioni tecnologiche, bensì di un’infrastruttura scientifica e organizzativa di Ateneo, chiamata a integrare ricerca, formazione avanzata e servizi di supporto ai processi di trasformazione digitale delle istituzioni e dei territori. Il suo ambito di azione resterebbe distinto da quello del Coordinamento IT, digitalizzazione e AI, del quale, anzi, presupporrebbe e valorizzerebbe la funzione strategica. Al Coordinamento spettano la governance operativa dei sistemi informativi, digitali e documentali, la sicurezza, l’interoperabilità, la conformità normativa e l’attuazione del Piano di transizione digitale: compiti essenziali al funzionamento ordinato dell’Università. Il CRIDIA opererebbe su un piano diverso, ma complementare, orientato alla produzione di conoscenza, alla cooperazione interdisciplinare e alla costruzione di capacità scientifiche condivise.

La proposta si inserisce in una tendenza ormai riconoscibile nel panorama universitario internazionale. Numerosi Atenei europei, nordamericani e asiatici hanno infatti istituito strutture dedicate ai dati, agli algoritmi e ai sistemi intelligenti, nella consapevolezza che tali ambiti non rappresentino soltanto nuovi campi di ricerca, ma vere e proprie infrastrutture della produzione scientifica e, sempre più spesso, della decisione pubblica. Esperienze quali il MIT Stephen A. Schwarzman College of Computing e il Data Science Institute della Columbia University hanno contribuito a ridefinire il ruolo del computing e della data science come luoghi trasversali di cooperazione scientifica, formativa e istituzionale. Su un versante diverso, ma convergente, l’Oxford Internet Institute ha mostrato come il digitale possa costituire il terreno d’incontro tra scienze sociali, metodi computazionali e riflessione pubblica sulle trasformazioni della società. Analoghe indicazioni provengono dalle esperienze sviluppate in Cina, tra le quali il Tsinghua Institute for AI Industry Research e le strutture attive presso la Shanghai Jiao Tong University, ove informatica, medicina, ingegneria e scienze sociali concorrono all’analisi di problemi complessi.

Il CRIDIA dovrebbe collocarsi entro questa traiettoria, ma secondo una configurazione commisurata alle dimensioni, alla storia e alla missione dell’Università di Sassari. Sarebbe, invero, velleitario riprodurre modelli elaborati da grandi università globali; è invece realistico progettare, anche mediante il coinvolgimento di altre istituzioni ed enti – fra i quali la Regione Autonoma della Sardegna e la Fondazione di Sardegna -, un centro agile, interdisciplinare e saldamente connesso al territorio. Un centro capace, da un lato, di mettere a sistema le competenze già presenti nell’Ateneo e, dall’altro, di offrire alla Sardegna un riferimento scientifico stabile per affrontare i processi di trasformazione digitale.

L’attività del CRIDIA potrebbe articolarsi attorno a tre funzioni principali. La prima sarebbe quella della ricerca interdisciplinare, da esercitare valorizzando e coordinando linee già presenti nell’Ateneo: metodi formali e verifica dei sistemi, cybersicurezza, intelligenza artificiale e ragionamento automatico, gestione e analisi di dati complessi, supporto alle decisioni mediante approcci data-driven. La disponibilità di piattaforme comuni per la raccolta e l’elaborazione dei dati e per il calcolo avanzato consentirebbe di porre tali competenze in relazione con gli altri ambiti disciplinari coltivati a Sassari – dalle scienze agrarie e ambientali alla medicina, dalle scienze economiche e giuridiche alle discipline umanistiche -, favorendo progetti nei quali la complessità dei problemi sia affrontata attraverso strumenti digitali adeguati, senza che questi ultimi pretendano di sostituirsi alle specifiche metodologie dei diversi saperi.

La seconda funzione riguarderebbe la costruzione di infrastrutture di dati e di conoscenza a servizio dell’intero Ateneo. Le esperienze più mature mostrano che i centri di data science possono operare come autentici hub scientifici, nei quali ricercatori e gruppi di lavoro accedono a servizi di analisi, piattaforme di calcolo e competenze metodologiche condivise. In tale prospettiva, il CRIDIA potrebbe ospitare un’infrastruttura di data governance e data analytics di Ateneo, utilizzabile sia per la ricerca sia per il supporto alle decisioni istituzionali. Ne deriverebbe una gestione più integrata, consapevole e responsabile dei dati scientifici, amministrativi e territoriali, ferma restando la necessità di assicurare la piena osservanza delle garanzie giuridiche, dei principi etici e delle regole di sicurezza applicabili.

La terza funzione sarebbe quella di raccordo tra Università e società, con particolare riguardo alla trasformazione digitale delle amministrazioni pubbliche e dei sistemi produttivi regionali. Per la sua condizione geografica e per le caratteristiche della sua economia, la Sardegna può costituire un laboratorio particolarmente significativo per lo sviluppo di soluzioni digitali nei settori della sanità territoriale, dell’agricoltura di precisione, della gestione delle risorse ambientali, della valorizzazione del patrimonio culturale e della digitalizzazione dei servizi pubblici. Il CRIDIA potrebbe così divenire una sede stabile di cooperazione fra Ateneo, enti pubblici, imprese innovative e comunità locali, contribuendo alla formazione di ecosistemi regionali dell’innovazione che abbiano nella conoscenza scientifica, e non nella mera disponibilità di tecnologie, il proprio fondamento.

Decisivo, in tale disegno, è il rapporto tra innovazione tecnologica e responsabilità pubblica. L’intelligenza artificiale e l’analisi dei dati sollevano questioni che non sono soltanto tecniche, ma anche giuridiche, etiche, economiche e sociali. Per questa ragione il CRIDIA dovrebbe promuovere un approccio integrato, nel quale informatici, giuristi, economisti e studiosi delle scienze sociali possano concorrere a una valutazione critica delle implicazioni normative e democratiche delle tecnologie digitali. Il Centro sarebbe, pertanto, non solo un luogo di sperimentazione scientifica, ma anche una sede di elaborazione culturale e di formazione avanzata sui temi della governance dei dati, dell’etica dell’intelligenza artificiale e della regolazione delle tecnologie.

A tali funzioni dovrebbe aggiungersi quella formativa. Il CRIDIA potrebbe concorrere alla preparazione delle nuove generazioni di ricercatori e professionisti attraverso programmi di specializzazione avanzata, collaborazioni strutturate con le scuole di dottorato e iniziative rivolte agli studenti di corsi di laurea differenti. Proprio la capacità di mettere in relazione linguaggi, metodi e competenze diverse rappresenterebbe, infatti, il principale valore aggiunto del progetto.

02

I servizi agli studenti e alla comunità accademica

Lo studente non è un semplice destinatario di lezioni, esami e procedimenti amministrativi. È, anzitutto, parte della comunità universitaria e concorre, con la propria partecipazione, a definirne la qualità. Da questa premessa deve muovere una diversa concezione dei servizi: non una sommatoria di prestazioni accessorie e fra loro disarticolate, bensì un sistema unitario di accoglienza, sostegno, inclusione, socialità e partecipazione. L’effettività del diritto allo studio dipende anche dalla capacità dell’Ateneo di organizzare tale sistema in modo accessibile, coerente e riconoscibile.

In questo quadro, il rapporto con l’ERSU deve acquisire una centralità nuova. La collaborazione tra Università ed Ente regionale per il diritto allo studio non può restare affidata a interlocuzioni occasionali, ma deve tradursi in una programmazione condivisa e pluriennale. Alloggi, mense, borse, trasporti, sostegno agli studenti in condizione di fragilità e qualità complessiva della vita universitaria sono profili di un medesimo problema e richiedono, pertanto, una strategia unitaria. Il diritto allo studio è effettivo solo quando la scelta di frequentare l’Università di Sassari non sia preclusa o gravemente condizionata dalla situazione economica e familiare, dalla provenienza geografica o da condizioni personali di svantaggio.

Il primo terreno d’intervento è quello della residenzialità universitaria, che costituisce ormai una delle principali condizioni di attrattività di un Ateneo. L’Università dovrà promuovere, insieme all’ERSU, al Comune di Sassari, alla Regione e agli altri enti territoriali, un incremento significativo dei posti letto, a partire dalla piena valorizzazione delle strutture di via Coppino, via Verona e via Padre Manzella. Ciò, tuttavia, non è sufficiente. Occorre una politica residenziale più ambiziosa, rivolta agli studenti fuori sede e pendolari, agli studenti Erasmus, ai dottorandi, agli specializzandi e ai docenti visiting. Una parte del patrimonio immobiliare pubblico di Sassari potrebbe essere recuperata e rifunzionalizzata a questo scopo, con un intervento capace di soddisfare simultaneamente più esigenze: offrire una risposta concreta al bisogno abitativo, rigenerare parti della città, rafforzare il rapporto fra Università e tessuto urbano, contribuire alla rivitalizzazione del centro storico e delle aree prossime ai poli didattici. Alla politica della residenzialità deve accompagnarsi un più attento governo del mercato delle locazioni studentesche. Accordi con il Comune e con le associazioni di categoria potrebbero favorire condizioni contrattuali sostenibili, trasparenti e verificabili. In tale contesto, l’Ateneo potrebbe promuovere una piattaforma certificata degli alloggi, integrata con i propri servizi digitali, atta a mettere in relazione domanda e offerta, prevenire abusi e agevolare soluzioni economicamente accessibili.

Un secondo asse riguarda i servizi di mensa e i punti di ristoro. Il punto di partenza deve essere una ricognizione puntuale dei bisogni nei diversi Dipartimenti, distinguendo tra sedi centrali, poli decentrati e strutture caratterizzate da una più elevata presenza studentesca. Su questa base dovrà essere predisposto un piano di ampliamento e razionalizzazione dell’offerta, che combini soluzioni diverse: nuove convenzioni con esercizi prossimi alle sedi didattiche, apertura di punti ristoro moderni e accessibili, integrazione fra spazi destinati alla pausa, allo studio e alla socializzazione, definizione di tariffe sostenibili per studenti e personale. Anche in questo ambito, l’eguaglianza nell’accesso ai servizi esige che si tenga conto delle differenze territoriali e organizzative interne all’Ateneo.

Un terzo profilo concerne la semplificazione dell’accesso ai servizi. A tal fine, l’Università di Sassari dovrebbe introdurre una carta unica dello studente, in formato fisico e digitale, integrata con l’app MyUniss e utilizzabile per i servizi bibliotecari, la mensa, le residenze, gli impianti del CUS, le convenzioni culturali e commerciali e i principali servizi digitali dell’Ateneo. La sua utilità non sarebbe soltanto pratica. Uno strumento unitario e immediatamente riconoscibile contribuirebbe a rendere percepibile l’appartenenza a una comunità organizzata e capace di offrire servizi semplici, coordinati e accessibili.

La qualità della vita universitaria, nondimeno, non si esaurisce nei servizi materiali. Un Ateneo consapevole della propria responsabilità deve assumere come priorità anche il benessere psicologico, emotivo e relazionale degli studenti. Negli ultimi anni si sono manifestate, nell’intero sistema universitario, forme crescenti di disagio, solitudine, ansia da prestazione, fragilità emotiva, difficoltà nelle relazioni e isolamento. L’esperienza universitaria, soprattutto per chi si allontana dal proprio paese o dalla propria famiglia, può rappresentare un passaggio particolarmente delicato, segnato da nuove responsabilità, pressioni e vulnerabilità. Non è dunque sufficiente intervenire quando il disagio si è già manifestato in forme acute: occorre predisporre una politica ordinaria di prevenzione, ascolto e accompagnamento. In questa direzione va rafforzato il progetto UniSS Wellness Hub, orientato alla creazione di una struttura dedicata al benessere studentesco, al supporto psicologico e al tutorato personalizzato, da rendere visibile e riconoscibile come uno dei pilastri della politica dell’Ateneo per gli studenti.

La medesima impostazione deve guidare le politiche di inclusione. L’Università di Sassari dovrà rafforzare gli interventi a favore degli studenti con disabilità e con disturbi specifici dell’apprendimento, migliorando l’accessibilità degli spazi e degli strumenti digitali, il tutorato dedicato, il sostegno alla frequenza, la disponibilità di strumenti compensativi e le forme di accompagnamento personalizzato. L’inclusione, tuttavia, non può essere confinata in un settore amministrativo separato: deve divenire un criterio trasversale dell’intera vita universitaria e informare la progettazione degli spazi, l’organizzazione della didattica, la comunicazione istituzionale e le modalità della partecipazione studentesca.

In questa prospettiva si collocano anche le iniziative rivolte agli studenti internazionali, ai rifugiati, a quanti provengono da contesti di particolare fragilità, ai NEET e ai percorsi di reinserimento formativo. Nello stesso quadro devono essere sostenuti il Polo Universitario Penitenziario e i programmi di inclusione sociale e culturale. Non si tratta di attività marginali rispetto alla missione dell’Ateneo: esse ne esprimono, al contrario, la natura pubblica e la responsabilità verso il territorio e le persone che lo abitano.

Le rappresentanze studentesche devono essere coinvolte in modo più effettivo nei processi decisionali, mediante consultazioni reali, pieno accesso alle informazioni, strumenti digitali di partecipazione e forme di valorizzazione dell’impegno istituzionale, anche attraverso il riconoscimento di crediti formativi. Lo studente che partecipa agli organi collegiali non esercita soltanto una prerogativa individuale, ma rende un servizio alla comunità accademica. Riconoscere il valore di tale attività significa rafforzare la cultura della responsabilità e della cittadinanza universitaria.

L’Università di Sassari dovrà, infine, promuovere una rete strutturata dei propri laureati, capace di operare come strumento di mentoring, orientamento professionale, networking, fundraising e valorizzazione dell’immagine dell’Ateneo. Gli ex studenti costituiscono ambasciatori naturali dell’Università: ne hanno conosciuto gli spazi, la storia e le opportunità e possono restituire alla comunità competenze, relazioni e occasioni di crescita. Trascurare tale patrimonio significherebbe rinunciare a una risorsa importante per il consolidamento e la proiezione esterna dell’Ateneo.

Lo studente non è un semplice destinatario di lezioni, esami e procedimenti amministrativi. È, anzitutto, parte della comunità universitaria e concorre, con la propria partecipazione, a definirne la qualità. Da questa premessa deve muovere una diversa concezione dei servizi: non una sommatoria di prestazioni accessorie e fra loro disarticolate, bensì un sistema unitario di accoglienza, sostegno, inclusione, socialità e partecipazione. L’effettività del diritto allo studio dipende anche dalla capacità dell’Ateneo di organizzare tale sistema in modo accessibile, coerente e riconoscibile.

In questo quadro, il rapporto con l’ERSU deve acquisire una centralità nuova. La collaborazione tra Università ed Ente regionale per il diritto allo studio non può restare affidata a interlocuzioni occasionali, ma deve tradursi in una programmazione condivisa e pluriennale. Alloggi, mense, borse, trasporti, sostegno agli studenti in condizione di fragilità e qualità complessiva della vita universitaria sono profili di un medesimo problema e richiedono, pertanto, una strategia unitaria. Il diritto allo studio è effettivo solo quando la scelta di frequentare l’Università di Sassari non sia preclusa o gravemente condizionata dalla situazione economica e familiare, dalla provenienza geografica o da condizioni personali di svantaggio.

Il primo terreno d’intervento è quello della residenzialità universitaria, che costituisce ormai una delle principali condizioni di attrattività di un Ateneo. L’Università dovrà promuovere, insieme all’ERSU, al Comune di Sassari, alla Regione e agli altri enti territoriali, un incremento significativo dei posti letto, a partire dalla piena valorizzazione delle strutture di via Coppino, via Verona e via Padre Manzella. Ciò, tuttavia, non è sufficiente. Occorre una politica residenziale più ambiziosa, rivolta agli studenti fuori sede e pendolari, agli studenti Erasmus, ai dottorandi, agli specializzandi e ai docenti visiting. Una parte del patrimonio immobiliare pubblico di Sassari potrebbe essere recuperata e rifunzionalizzata a questo scopo, con un intervento capace di soddisfare simultaneamente più esigenze: offrire una risposta concreta al bisogno abitativo, rigenerare parti della città, rafforzare il rapporto fra Università e tessuto urbano, contribuire alla rivitalizzazione del centro storico e delle aree prossime ai poli didattici. Alla politica della residenzialità deve accompagnarsi un più attento governo del mercato delle locazioni studentesche. Accordi con il Comune e con le associazioni di categoria potrebbero favorire condizioni contrattuali sostenibili, trasparenti e verificabili. In tale contesto, l’Ateneo potrebbe promuovere una piattaforma certificata degli alloggi, integrata con i propri servizi digitali, atta a mettere in relazione domanda e offerta, prevenire abusi e agevolare soluzioni economicamente accessibili.

Un secondo asse riguarda i servizi di mensa e i punti di ristoro. Il punto di partenza deve essere una ricognizione puntuale dei bisogni nei diversi Dipartimenti, distinguendo tra sedi centrali, poli decentrati e strutture caratterizzate da una più elevata presenza studentesca. Su questa base dovrà essere predisposto un piano di ampliamento e razionalizzazione dell’offerta, che combini soluzioni diverse: nuove convenzioni con esercizi prossimi alle sedi didattiche, apertura di punti ristoro moderni e accessibili, integrazione fra spazi destinati alla pausa, allo studio e alla socializzazione, definizione di tariffe sostenibili per studenti e personale. Anche in questo ambito, l’eguaglianza nell’accesso ai servizi esige che si tenga conto delle differenze territoriali e organizzative interne all’Ateneo.

Un terzo profilo concerne la semplificazione dell’accesso ai servizi. A tal fine, l’Università di Sassari dovrebbe introdurre una carta unica dello studente, in formato fisico e digitale, integrata con l’app MyUniss e utilizzabile per i servizi bibliotecari, la mensa, le residenze, gli impianti del CUS, le convenzioni culturali e commerciali e i principali servizi digitali dell’Ateneo. La sua utilità non sarebbe soltanto pratica. Uno strumento unitario e immediatamente riconoscibile contribuirebbe a rendere percepibile l’appartenenza a una comunità organizzata e capace di offrire servizi semplici, coordinati e accessibili.

La qualità della vita universitaria, nondimeno, non si esaurisce nei servizi materiali. Un Ateneo consapevole della propria responsabilità deve assumere come priorità anche il benessere psicologico, emotivo e relazionale degli studenti. Negli ultimi anni si sono manifestate, nell’intero sistema universitario, forme crescenti di disagio, solitudine, ansia da prestazione, fragilità emotiva, difficoltà nelle relazioni e isolamento. L’esperienza universitaria, soprattutto per chi si allontana dal proprio paese o dalla propria famiglia, può rappresentare un passaggio particolarmente delicato, segnato da nuove responsabilità, pressioni e vulnerabilità. Non è dunque sufficiente intervenire quando il disagio si è già manifestato in forme acute: occorre predisporre una politica ordinaria di prevenzione, ascolto e accompagnamento. In questa direzione va rafforzato il progetto UniSS Wellness Hub, orientato alla creazione di una struttura dedicata al benessere studentesco, al supporto psicologico e al tutorato personalizzato, da rendere visibile e riconoscibile come uno dei pilastri della politica dell’Ateneo per gli studenti.

La medesima impostazione deve guidare le politiche di inclusione. L’Università di Sassari dovrà rafforzare gli interventi a favore degli studenti con disabilità e con disturbi specifici dell’apprendimento, migliorando l’accessibilità degli spazi e degli strumenti digitali, il tutorato dedicato, il sostegno alla frequenza, la disponibilità di strumenti compensativi e le forme di accompagnamento personalizzato. L’inclusione, tuttavia, non può essere confinata in un settore amministrativo separato: deve divenire un criterio trasversale dell’intera vita universitaria e informare la progettazione degli spazi, l’organizzazione della didattica, la comunicazione istituzionale e le modalità della partecipazione studentesca.

In questa prospettiva si collocano anche le iniziative rivolte agli studenti internazionali, ai rifugiati, a quanti provengono da contesti di particolare fragilità, ai NEET e ai percorsi di reinserimento formativo. Nello stesso quadro devono essere sostenuti il Polo Universitario Penitenziario e i programmi di inclusione sociale e culturale. Non si tratta di attività marginali rispetto alla missione dell’Ateneo: esse ne esprimono, al contrario, la natura pubblica e la responsabilità verso il territorio e le persone che lo abitano.

Le rappresentanze studentesche devono essere coinvolte in modo più effettivo nei processi decisionali, mediante consultazioni reali, pieno accesso alle informazioni, strumenti digitali di partecipazione e forme di valorizzazione dell’impegno istituzionale, anche attraverso il riconoscimento di crediti formativi. Lo studente che partecipa agli organi collegiali non esercita soltanto una prerogativa individuale, ma rende un servizio alla comunità accademica. Riconoscere il valore di tale attività significa rafforzare la cultura della responsabilità e della cittadinanza universitaria.

L’Università di Sassari dovrà, infine, promuovere una rete strutturata dei propri laureati, capace di operare come strumento di mentoring, orientamento professionale, networking, fundraising e valorizzazione dell’immagine dell’Ateneo. Gli ex studenti costituiscono ambasciatori naturali dell’Università: ne hanno conosciuto gli spazi, la storia e le opportunità e possono restituire alla comunità competenze, relazioni e occasioni di crescita. Trascurare tale patrimonio significherebbe rinunciare a una risorsa importante per il consolidamento e la proiezione esterna dell’Ateneo.

03

Il sistema bibliotecario

Le biblioteche universitarie sono interessate da una trasformazione profonda. Per secoli esse sono state definite soprattutto dalla funzione di conservare e rendere accessibile la conoscenza. Nell’epoca della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale, tale funzione resta essenziale, ma non è più sufficiente a descriverne il ruolo. Il problema non consiste soltanto nell’accedere alle informazioni, bensì nel sapersi orientare entro una quantità pressoché illimitata di dati, fonti, contenuti e strumenti. La biblioteca diviene così anche il luogo nel quale si apprendono i criteri per selezionare, valutare e usare criticamente la conoscenza.

L’Università di Sassari dispone, sotto questo profilo, di un patrimonio significativo: una rete bibliotecaria articolata, biblioteche di riferimento per le diverse aree disciplinari, servizi digitali accessibili mediante strumenti di ricerca integrati, risorse elettroniche consultabili da remoto e una struttura di coordinamento che consente di concepire il sistema come un’infrastruttura unitaria di Ateneo. La qualità delle prestazioni offerte e le valutazioni positive degli utenti attestano la solidità del Sistema bibliotecario, che deve essere preservato e ulteriormente valorizzato. Per molti studenti, in particolare per i fuori sede, i pendolari e quanti frequentano le sedi territoriali, la biblioteca costituisce un riferimento quotidiano: è il luogo dello studio, della costruzione di una routine, dell’incontro e dell’appartenenza. La qualità degli spazi bibliotecari incide, pertanto, direttamente sulla qualità dell’esperienza universitaria. Aule studio adeguate, postazioni confortevoli, connessioni stabili, orari estesi, accessibilità fisica e digitale, chiarezza dei servizi e personale qualificato sono condizioni concrete dell’effettività del diritto allo studio.

L’Ateneo dovrebbe assumere come obiettivo strategico il consolidamento delle biblioteche quali Student Learning Hubs. Il Sistema bibliotecario già offre spazi per lo studio individuale e di gruppo, postazioni digitali, orientamento bibliografico, supporto agli studenti con disabilità e DSA, attività collegate alla didattica e occasioni di formazione. Si tratta di proseguire lungo un percorso già avviato, assicurando un dialogo costante fra bibliotecari, docenti, studenti e organi di governo. La capacità di ricercare, valutare, selezionare, utilizzare e citare correttamente le fonti assume, infatti, un rilievo crescente in un contesto segnato dalla sovrabbondanza informativa e dalla diffusione dell’intelligenza artificiale generativa.

In questa prospettiva, la questione degli orari acquista un rilievo non secondario. Le biblioteche devono avvicinarsi ai tempi effettivi della vita studentesca. L’ampliamento progressivo delle aperture nelle fasce serali e, almeno per alcune sedi, durante il fine settimana costituirebbe un segnale concreto di attenzione alla comunità. Non si tratta soltanto di accrescere il numero delle ore di servizio, ma di riconoscere che l’Università è anche uno spazio di vita e non può essere rigidamente modellata sull’orario amministrativo. Una simile estensione, tuttavia, è praticabile solo a condizione che siano adeguatamente incrementate le risorse disponibili, attraverso una redistribuzione interna e il ricorso a canali di finanziamento esterni. In una situazione già segnata dalla scarsità di personale e dai sacrifici necessari per assicurare i compiti ordinari, non sarebbe né corretto né sostenibile imporre ai colleghi del Sistema bibliotecario ulteriori prestazioni senza un corrispondente rafforzamento degli organici e dei mezzi.

Le biblioteche sono, inoltre, una componente essenziale della competitività scientifica. L’accesso a banche dati, riviste elettroniche, e-book, repertori disciplinari e strumenti bibliometrici costituisce una condizione primaria della qualità della ricerca. Ma la mera disponibilità delle risorse non basta. Occorre un servizio capace di accompagnare in modo ancora più efficace docenti, ricercatori, assegnisti e dottorandi nell’uso avanzato degli strumenti della conoscenza. Le bibliotecarie e i bibliotecari sono partner della ricerca e devono poter disporre di risorse adeguate per sostenere le ricerche bibliografiche, assistere nella gestione delle citazioni, orientare all’open access, fornire consulenza sui profili autoriali, sulle metriche responsabili, sui repository istituzionali, sulla gestione dei dati della ricerca e sulle politiche editoriali. In questo settore l’Università di Sassari può compiere un salto di qualità, sviluppando un servizio strutturato di Research Library Support, adeguatamente dotato di personale e rivolto in particolare ai dottorandi, ai giovani ricercatori e ai gruppi impegnati in progetti competitivi.

Il Sistema bibliotecario dispone già di strumenti fondamentali, quali il discovery UniSSearch, l’accesso alla biblioteca digitale e la consultazione da remoto delle risorse online. È necessario valorizzare ulteriormente questo processo e fare della biblioteca digitale uno degli assi della modernizzazione dell’Ateneo. In una regione come la Sardegna, nella quale le distanze e la distribuzione territoriale della popolazione incidono concretamente sull’accesso ai servizi, il digitale può divenire uno strumento di eguaglianza. Un maggiore investimento negli e-book e, più in generale, nelle collezioni digitali consentirebbe di ampliare l’accesso ai materiali di studio e di ricerca indipendentemente dalla sede frequentata. L’incremento dei titoli, definito alla luce delle esigenze delle diverse aree disciplinari, potrebbe attenuare gli svantaggi degli studenti delle sedi territoriali, dei pendolari e di quanti incontrano difficoltà nel raggiungere fisicamente le biblioteche. Particolare attenzione dovrebbe essere riservata ai manuali maggiormente utilizzati nei corsi, ai testi indicati nei programmi d’esame e alle pubblicazioni di più difficile reperibilità. L’obiettivo non è sostituire le collezioni fisiche, ma costruire un’offerta equilibrata, nella quale risorse materiali e digitali si integrino. Una politica razionale deve, peraltro, misurarsi con i costi delle licenze, le limitazioni imposte dagli editori, il numero di accessi simultanei e la diversa disponibilità di pubblicazioni elettroniche nei vari settori. Proprio per questo è necessaria una politica coordinata degli acquisti digitali, sostenuta da risorse adeguate e da un confronto stabile fra docenti, studenti e bibliotecari.

Non deve essere trascurata la funzione pubblica delle biblioteche nella valorizzazione della conoscenza. Mostre, percorsi tematici, attività con le scuole, iniziative di public engagement e laboratori sulla storia del libro, sulla ricerca documentaria e sull’uso delle fonti possono fare delle biblioteche luoghi d’incontro fra accademia e cittadinanza. La terza missione non si esaurisce nei brevetti, negli spin-off e nel trasferimento tecnologico: essa comprende anche la capacità di rendere vivo, accessibile e condiviso il patrimonio culturale.

Un Ateneo che intenda attrarre studenti e ricercatori internazionali deve offrire servizi bibliotecari comprensibili, accessibili e adeguatamente comunicati anche in lingua inglese. Le pagine web, le guide all’uso delle risorse, i regolamenti essenziali, i tutorial e i servizi di orientamento dovrebbero essere progressivamente resi disponibili in forma bilingue. Le biblioteche possono così diventare luoghi di integrazione per studenti Erasmus, visiting professor e dottorandi stranieri. L’internazionalizzazione si costruisce anche attraverso questi aspetti concreti: la capacità di far sentire chi arriva da fuori immediatamente orientato, accompagnato e parte della comunità accademica.

Le biblioteche, in definitiva, non sono soltanto servizi indispensabili alla didattica e alla ricerca. Sono luoghi di studio, incontro e costruzione della comunità della conoscenza e, nello stesso tempo, attori sempre più rilevanti delle politiche di open science. Rafforzarle significa, dunque, investire insieme sul diritto allo studio, sulla qualità della ricerca e sulla responsabilità pubblica dell’Università.

04

L’area medica e il sistema integrato Università-Sanità

L’area medica è uno degli ambiti nei quali l’Università esercita in modo più immediato e impegnativo la propria responsabilità pubblica. In essa convergono la formazione delle future professioni sanitarie, la produzione della conoscenza scientifica e l’erogazione di servizi essenziali alla persona. Il suo sviluppo, che appare sempre più necessario, richiede un modello fondato sull’integrazione istituzionale, sulla chiarezza dei ruoli, sulla programmazione condivisa e sulla piena assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti. In assenza di tali condizioni, la compresenza di funzioni universitarie e sanitarie rischia di tradursi non in una ricchezza, ma in una fonte permanente di sovrapposizioni, conflitti e inefficienze.

L’Università svolge già un ruolo attivo insieme al Servizio sanitario regionale e agli enti territoriali, ma deve elevare la qualità della propria iniziativa, così da coniugare formazione, innovazione scientifica, sostenibilità organizzativa ed efficacia assistenziale. La realizzazione del nuovo ospedale universitario rappresenta, in questa prospettiva, un passaggio strategico non soltanto per il rafforzamento dell’area medica, ma per la ridefinizione complessiva dei rapporti fra Ateneo, sanità pubblica e territorio. L’integrazione fra Università, Azienda Ospedaliero-Universitaria e Regione deve essere assunta come priorità istituzionale. Occorre aggiornare gli accordi attuativi fra Ateneo e AOU, rendendoli coerenti con l’evoluzione del sistema sanitario e di quello universitario, e istituire un tavolo permanente di coordinamento strategico fra Ateneo, AOU, Regione Sardegna e Città Metropolitana di Sassari. Tale sede dovrebbe consentire la programmazione dei servizi sanitari su scala vasta e la definizione congiunta dei fabbisogni di personale, dello sviluppo delle attività assistenziali e degli investimenti tecnologici.

La realizzazione di un nuovo polo ospedaliero per Sassari e per l’intero Nord Sardegna risponde a un’esigenza ormai largamente riconosciuta. Un’infrastruttura moderna è condizione imprescindibile per garantire adeguati standard assistenziali, offrire contesti formativi coerenti con le esigenze della medicina contemporanea, sostenere la ricerca clinica e accrescere la capacità del territorio di attrarre professionisti, studenti, specializzandi e investimenti. L’Università deve assumere un ruolo attivo e propositivo: concorrere a sbloccare e stabilizzare i finanziamenti necessari, contribuire alla definizione di un cronoprogramma realistico e verificabile, vigilare sul coordinamento delle diverse fasi di progettazione e realizzazione. Un’opera di tale portata non può essere affidata a una successione di decisioni frammentarie, ma richiede continuità di indirizzo e responsabilità chiaramente individuate.

Il corso di laurea in Medicina e Chirurgia e, più in generale, i percorsi dell’area sanitaria devono essere posti al centro di un’azione di rafforzamento della qualità formativa. La formazione medica è un processo progressivo, rigoroso e integrato, che deve porre gli studenti, sin dalle fasi iniziali, in contatto con i contesti clinici, con la complessità delle decisioni professionali e con le implicazioni etiche, relazionali e sociali dell’attività sanitaria. In questa direzione devono essere promossi modelli di didattica integrata e progressiva, un inserimento più precoce e strutturato nei contesti clinici, metodologie didattiche innovative, un potenziamento degli strumenti di simulazione avanzata e lo sviluppo delle competenze trasversali, con particolare riguardo alla comunicazione, all’etica e alla responsabilità professionale. Anche le Scuole di specializzazione devono essere consolidate e, ove ne ricorrano le condizioni, ulteriormente sviluppate.

L’efficacia del sistema universitario in ambito sanitario richiede, inoltre, un livello più avanzato di integrazione fra i Dipartimenti dell’area medica. La frammentazione non costituisce soltanto un limite organizzativo: essa ostacola la formazione di una visione unitaria, la condivisione delle risorse e la definizione di priorità strategiche comuni. Nel rispetto delle autonomie scientifiche e organizzative, devono pertanto essere promosse forme strutturate di coordinamento, obiettivi condivisi, progettualità interdipartimentali e l’uso comune di infrastrutture e servizi. In tale contesto, la Struttura di raccordo interdipartimentale – la Facoltà di Medicina – deve essere rafforzata quale sede di sintesi, coordinamento e indirizzo strategico dell’area, anche per assicurare una rappresentanza unitaria nei rapporti con l’Azienda Ospedaliero-Universitaria.

La formazione medica, d’altra parte, non può svolgersi entro confini esclusivamente universitari o ospedalieri. Essa deve inserirsi in una rete ampia, qualificata e territorialmente articolata, in stretto raccordo con il sistema sanitario regionale. È necessario rafforzare le convenzioni con le strutture ospedaliere e territoriali, coinvolgere la medicina del territorio nei percorsi formativi e sviluppare una rete integrata per i tirocini, le Scuole di specializzazione e la formazione continua. L’Università è chiamata, in questo quadro, a concorrere stabilmente alla costruzione delle politiche sanitarie regionali. Una particolare attenzione dovrà essere riservata ad alcune criticità decisive, tra le quali la riduzione delle liste d’attesa – anche mediante una migliore integrazione fra sistema pubblico e privato accreditato – e il rafforzamento dell’attrattività del territorio per i professionisti sanitari.

Non può essere trascurata la condizione del personale universitario impegnato nelle attività assistenziali. Gli interventi devono assicurare chiarezza dei ruoli e delle responsabilità, equità nella distribuzione dei carichi, valorizzazione delle attività didattiche e di ricerca e percorsi coerenti di sviluppo professionale. Il principio guida deve essere quello di impedire che una delle dimensioni del lavoro universitario comprima o svuoti le altre. L’identità dell’area medica si fonda proprio sulla capacità di tenere insieme assistenza, didattica e ricerca, non in astratto, ma in condizioni organizzative concretamente sostenibili.

L’Ateneo deve sostenere con decisione anche lo sviluppo della ricerca biomedica, riconoscendone il valore strategico per l’innovazione dei percorsi di cura e per la qualità complessiva del sistema sanitario. A tal fine occorre promuovere piattaforme tecnologiche condivise, l’integrazione fra ricerca di base e attività clinica, il sostegno alla partecipazione a programmi competitivi nazionali ed europei e la valorizzazione delle infrastrutture di ricerca. Dovrà essere predisposto, inoltre, un supporto strutturato alla redazione degli studi clinici da sottoporre al Comitato etico territoriale della Sardegna, anche allo scopo di rafforzare la capacità dell’Ateneo di valorizzare le conoscenze nell’ambito della VQR, con specifico riguardo all’area delle scienze della vita e della salute.

Lo sviluppo dell’area medica richiede, infine, un investimento tecnologico programmato e sostenibile. La digitalizzazione dei processi clinici e diagnostici non rappresenta un insieme di interventi accessori, ma una condizione essenziale per la qualità del sistema e per la sua capacità di rispondere alle trasformazioni della medicina contemporanea. Anche in questo settore, tuttavia, l’innovazione deve essere governata: occorrono interoperabilità, sicurezza, formazione del personale e una chiara definizione delle responsabilità.

La sfida, dunque, non consiste nel migliorare separatamente singoli aspetti organizzativi o nel rafforzare funzioni isolate. Si tratta di costruire un sistema realmente integrato, nel quale Università e sanità cooperino in modo stabile entro una visione comune, con regole chiare, responsabilità definite e obiettivi verificabili. Solo così sarà possibile rispondere alla complessità dei bisogni sociali e alle trasformazioni della medicina contemporanea senza sacrificare alcuna delle funzioni proprie dell’Università.

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Il sistema museale

Il patrimonio scientifico, storico e culturale dell’Università di Sassari – il Museo scientifico dell’Università, le collezioni, comprese quelle naturalistiche, conservate nei Dipartimenti e le testimonianze architettoniche – costituisce una risorsa identitaria di particolare rilievo. Esso deve essere non soltanto conservato, ma conosciuto, ordinato, reso accessibile e inserito in una strategia complessiva di valorizzazione. In particolare, il Muniss deve essere progressivamente adeguato agli standard del Sistema museale nazionale, così da rafforzarne la qualità scientifica, organizzativa e comunicativa.

Al Dipartimento di Scienze umanistiche e sociali è stato affidato il compito di elaborare il piano di gestione integrato dei nuovi musei del Padiglione Tavolara e dell’ex convento del Carmelo. Fra le ipotesi sottoposte alla valutazione delle istituzioni vi è la costituzione di una fondazione di partecipazione per la gestione dei nuovi musei. La nascita di un sistema museale cittadino rappresenterebbe indubbiamente un’opportunità. Ma, anche qualora tale soluzione non giungesse a compimento, resterebbe necessario stabilire una collaborazione strutturata fra l’Università e le principali istituzioni museali sassaresi. Un simile percorso produrrebbe un duplice effetto: rafforzerebbe il rapporto fra Ateneo e città, rendendo l’Università un soggetto più visibile e riconoscibile della vita culturale; consentirebbe, al contempo, di sviluppare progetti condivisi di ricerca, educazione e divulgazione, capaci di generare innovazione culturale e impatto sociale.

Questa prospettiva interessa non soltanto gli ambiti tradizionalmente più prossimi alla realtà museale – la museologia, la storia dell’arte e le discipline scientifiche legate alle collezioni -, ma anche le competenze indispensabili al funzionamento di istituzioni culturali complesse: la storia, il diritto dei beni culturali, l’economia e la gestione delle organizzazioni culturali, il marketing e la comunicazione, la sociologia dei pubblici, la statistica e l’analisi dei dati, la pedagogia e la progettazione educativa. Investire in questa direzione significa, dunque, offrire agli studenti nuove occasioni di apprendimento e, nello stesso tempo, aprire concreti spazi di inserimento professionale qualificato.

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Il Centro linguistico d’Ateneo

Una delle criticità più rilevanti del sistema universitario italiano riguarda l’inadeguatezza e la disomogeneità delle competenze linguistiche degli studenti, tanto in ingresso quanto in uscita. Molti giovani accedono all’Università con una conoscenza insufficiente delle lingue straniere; altri conseguono il titolo senza aver raggiunto una reale autonomia nei contesti accademici e professionali internazionali. Le conseguenze sono concrete: minore partecipazione ai programmi Erasmus, più difficile accesso ai dottorati internazionali, ridotta competitività nel mercato globale del lavoro e minore capacità di utilizzare la letteratura scientifica straniera.

La competenza linguistica è una condizione per l’accesso alla conoscenza, la mobilità internazionale, la ricerca, l’esercizio delle professioni e una cittadinanza capace di misurarsi con una dimensione globale. Per l’Università di Sassari tale consapevolezza assume un rilievo particolare. In una realtà insulare che intenda rafforzare la propria apertura internazionale, il Centro linguistico d’Ateneo non può essere concepito come un mero servizio ausiliario alla didattica. Esso deve divenire uno degli strumenti principali attraverso i quali l’Ateneo costruisce attrattività, inclusione, competitività e relazioni internazionali.

Il CLA svolge già un ruolo importante nella gestione dei corsi di lingua, nella verifica delle competenze richieste per la mobilità internazionale, nell’organizzazione di attività rivolte agli studenti, al personale docente e al personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, nonché nella gestione di certificazioni riconosciute a livello internazionale. È un centro di riferimento per l’apprendimento di numerose lingue moderne e aderisce alle principali reti nazionali e internazionali dei centri linguistici universitari.

In questo quadro è prezioso il ruolo dei Collaboratori ed Esperti Linguistici, i quali non costituiscono una componente meramente ausiliaria dell’organizzazione universitaria, ma uno snodo essenziale dell’offerta formativa dell’Ateneo. È grazie alla loro attività che l’insegnamento delle lingue straniere può dispiegarsi lungo l’intero arco dei livelli di competenza, dall’A1 al C2 del Quadro comune europeo di riferimento, secondo percorsi che richiedono conoscenze specialistiche, capacità metodologiche, esperienza pedagogica e sensibilità culturale. La qualità della formazione linguistica, dunque, non è separabile dalla qualità del loro lavoro.

Il dato formale dell’inquadramento dei CEL nell’ambito del personale tecnico-amministrativo e bibliotecario non esaurisce, tuttavia, la qualificazione sostanziale delle funzioni da essi esercitate. Senza confondere piani ordinamentali distinti né sovrapporre status giuridici differenti, occorre riconoscere che il contenuto effettivo delle loro mansioni presenta una spiccata connotazione didattica: insegnamento, progettazione dei percorsi formativi, verifica delle competenze linguistiche, tutorato e sostegno metodologico agli studenti. È, pertanto, alla realtà delle funzioni, e non soltanto alla loro collocazione formale, che deve guardare una politica di Ateneo consapevole.

L’apporto dei CEL si riflette, del resto, su una pluralità di obiettivi strategici. Esso assicura continuità e qualità alla formazione linguistica; sostiene la mobilità degli studenti e la partecipazione ai programmi europei; concorre alla costruzione di profili professionali più solidi e competitivi; rafforza la dimensione interculturale dell’Università; collega, infine, la didattica delle lingue alle politiche di internazionalizzazione e ai servizi destinati agli studenti. Non si tratta, quindi, di una funzione settoriale, ma di un’attività trasversale, dalla quale dipende in misura non marginale la capacità dell’Ateneo di aprirsi al contesto europeo e internazionale.

Da questa premessa discende una prima conseguenza. Il riconoscimento del ruolo dei CEL non può rimanere affidato a dichiarazioni di principio, ma deve tradursi in scelte stabili, verificabili e finanziariamente sostenibili. In questa prospettiva, costituisce un punto qualificante del programma la strutturale imputazione al bilancio dell’Ateneo delle risorse necessarie a garantire il trattamento integrativo loro destinato. Una simile soluzione non rappresenta un’eccezione, ma si colloca nel solco di esperienze già maturate in numerose università italiane, nelle quali la stabilizzazione delle relative risorse ha consentito una programmazione più ordinata delle attività linguistiche, una maggiore certezza organizzativa e un più efficace sostegno ai processi di internazionalizzazione.

La questione, peraltro, non è soltanto economica. La valorizzazione dei CEL deve investire anche la loro partecipazione alla vita dell’Ateneo. Chi concorre in modo continuativo alla progettazione e alla realizzazione dell’offerta didattica deve poter rappresentare, nelle forme consentite dallo Statuto e dai regolamenti, l’esperienza e le esigenze maturate nell’esercizio quotidiano di tali funzioni. Occorre, pertanto, prevedere adeguate forme di presenza dei CEL nei Consigli di corso di studio e nei Consigli di dipartimento, così che il loro contributo possa essere acquisito nei luoghi nei quali si definiscono l’organizzazione dei corsi, la programmazione delle attività e gli indirizzi strategici delle strutture.

Non si tratterebbe di una concessione, ma del coerente riconoscimento di una responsabilità già esercitata nei fatti. Una governance universitaria è tanto più autorevole quanto più sa includere, senza alterare la distinzione dei ruoli, tutte le competenze che concorrono alla qualità delle sue decisioni. Dare stabilità economica e voce istituzionale ai Collaboratori ed Esperti Linguistici significa, dunque, non soltanto rendere giustizia al loro lavoro, ma rafforzare la qualità della didattica, l’apertura internazionale e, in definitiva, la stessa capacità dell’Università di Sassari di assolvere pienamente alla propria missione.

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I servizi di supporto alla ricerca e alla progettazione europea

La capacità di un’università di produrre ricerca di qualità non dipende soltanto dal talento dei ricercatori, dalla disponibilità di infrastrutture scientifiche o dall’ammontare delle risorse finanziarie intercettate. Sempre più spesso, la differenza fra le istituzioni che competono con successo nei grandi programmi internazionali e quelle che restano ai margini è determinata dalla qualità delle strutture di supporto alla ricerca. L’eccellenza scientifica, infatti, necessita di un’organizzazione capace di sostenerla in modo stabile, competente e tempestivo.

Negli ultimi anni l’Università di Sassari ha accresciuto la propria capacità di partecipare a programmi competitivi nazionali ed europei. Proprio questo risultato rende, però, evidente la necessità di un ulteriore salto di qualità. Il supporto alla progettazione è ancora troppo spesso concepito come una funzione prevalentemente amministrativa, attivata in prossimità delle scadenze e rivolta soprattutto agli adempimenti procedurali. Nei sistemi universitari più avanzati tale impostazione è stata superata. Atenei come Cambridge, Oxford, Leiden, Copenhagen, KU Leuven, ETH Zürich e Lund hanno costruito strutture professionali altamente specializzate, che accompagnano il ricercatore lungo l’intero ciclo del progetto: dall’individuazione delle opportunità alla costruzione dei partenariati, dalla scrittura della proposta alla gestione finanziaria, dalla valorizzazione dei risultati alla misurazione dell’impatto. In tali contesti, il supporto non interviene al termine del processo, ma ne costituisce una componente strutturale.

È verso questo modello che l’Università di Sassari dovrebbe orientarsi. Occorre istituire un Research and Innovation Support Office, concepito come struttura avanzata di servizio e come interfaccia fra la comunità scientifica, le istituzioni finanziatrici, le imprese, le reti internazionali e il territorio. La sua funzione non dovrebbe limitarsi alla gestione delle procedure, ma comprendere l’analisi delle opportunità, il sostegno alla costruzione delle proposte, l’assistenza nella gestione dei progetti e la valorizzazione dei risultati. A ciò deve accompagnarsi l’istituzione di percorsi permanenti e incisivi di formazione sulla progettazione europea, rivolti a docenti, ricercatori, dottorandi e personale tecnico-amministrativo.

Un ulteriore elemento strategico riguarda il sostegno alle candidature nei programmi più competitivi, in particolare agli ERC Grants. In molti sistemi universitari europei sono previsti strumenti specifici per i ricercatori che intendono concorrere a tali finanziamenti: mentoring, simulazioni delle interviste, supporto alla scrittura, revisione fra pari e accompagnamento personalizzato. Si tratta di investimenti che producono effetti non solo sul successo dei singoli candidati, ma anche sulla reputazione scientifica dell’istituzione. L’Università di Sassari dovrebbe dotarsi di strumenti analoghi, individuando i ricercatori con il maggiore potenziale e accompagnandoli lungo percorsi strutturati di crescita scientifica e progettuale.

Vi è, infine, una questione più generale, che riguarda la stessa idea di Università. La ricerca contemporanea è sempre più collaborativa, internazionale e interdisciplinare. Nessun ricercatore, Dipartimento o Ateneo può affrontare isolatamente le grandi questioni del nostro tempo. Il supporto alla ricerca deve quindi diventare anche uno strumento di connessione: fra discipline, fra Dipartimenti, fra Università, fra ricerca e società. Perché questa ambizione sia credibile, l’eccellenza scientifica deve essere accompagnata da un’eccellenza organizzativa altrettanto solida. Non si tratta di subordinare la ricerca all’amministrazione, ma di costruire un’amministrazione capace di liberare e moltiplicare le energie della ricerca.

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