Programma rettorale 2026-2032
Le relazioni
01
L’internazionalizzazione
È convinzione ormai largamente acquisita che la saldezza dell’identità di una comunità non dipenda dalla sua chiusura, bensì dalla capacità di tenere insieme il proprio patrimonio storico e culturale e una presenza riconoscibile nello spazio più ampio delle relazioni. Un’identità vitale, del resto, non si limita a custodire ciò che ha ricevuto: orienta la scuola, l’informazione, l’economia, il turismo e, più in generale, le forme della convivenza. Proprio per questo, un’università che si separasse dal contesto nel quale opera verrebbe meno a una parte essenziale della propria funzione formativa. Il punto dal quale muovere è dunque la costruzione, graduale e rispettosa della complessità delle differenze, di un rapporto non subalterno fra radicamento e apertura. Nel libero confronto della cultura e della ricerca, la proiezione esterna dell’identità isolana può essere tanto più forte quanto più i sardi siano messi in condizione di essere, insieme, produttori, destinatari e interpreti consapevoli del proprio patrimonio culturale e ambientale.
La Sardegna, Regione ad autonomia speciale e crocevia del Mediterraneo, è il luogo nel quale la dimensione europea, l’insularità, le culture locali, l’area nordafricana e i processi globali possono incontrarsi secondo una combinazione peculiare. L’Università di Sassari deve assumere questa condizione non come un limite da compensare, ma come il principio ordinatore della propria politica di internazionalizzazione. Non si tratta, dunque, di inseguire in forma imitativa modelli elaborati altrove, bensì di costruire un profilo originale, mediterraneo, policentrico e aperto. Quanto più l’Ateneo saprà misurarsi con le grandi questioni dell’Isola — nella ricerca, nell’offerta formativa, nella formazione dei gruppi dirigenti e nella valorizzazione delle risorse umane e intellettuali — e, al tempo stesso, dialogare con il mondo a partire dalla propria specificità, tanto più esso corrisponderà alla funzione che gli spetta nella società sarda e nel sistema nazionale e internazionale della conoscenza.
Sarebbe, peraltro, riduttivo misurare l’internazionalizzazione soltanto attraverso il numero degli studenti stranieri o degli accordi sottoscritti. Si tratta di indicatori certamente utili, ma incapaci, da soli, di restituire la qualità del fenomeno. Un’università è realmente internazionale quando la sua cultura istituzionale, la didattica, la ricerca, i servizi e le strutture amministrative sono organizzati per operare stabilmente entro uno spazio più ampio di quello locale e nazionale. Il Piano strategico dell’Ateneo già riconosce all’internazionalizzazione un rilievo centrale, collegandola all’alta formazione e alla ricerca, ai corsi internazionali, ai doppi titoli e ai titoli congiunti, all’ampliamento degli insegnamenti in lingua inglese, alla mobilità, ai visiting e al consolidamento delle reti. Occorre ora conferire a tale indirizzo maggiore coerenza, facendone un asse trasversale della didattica, del post-laurea, dei servizi agli studenti, del reclutamento, della comunicazione, del Centro linguistico di Ateneo, del placement e della terza missione.
L’Ateneo dispone già di corsi internazionali e di percorsi interamente erogati in lingua inglese. La sfida dei prossimi anni non consiste, tuttavia, nella loro moltiplicazione indiscriminata, bensì nella costruzione di un’offerta selettiva, riconoscibile e competitiva. È necessario individuare gli ambiti nei quali Sassari possa esprimere una vocazione internazionale non artificiosa, perché fondata su competenze scientifiche e caratteristiche territoriali effettive. Biodiversità e cambiamento climatico, medicina territoriale e telemedicina, sistemi agro-veterinari, turismo sostenibile, patrimonio culturale e archeologia mediterranea, economia del mare, transizione energetica, lingue e culture minoritarie, cooperazione euro-mediterranea, salute globale e sviluppo delle aree interne sono campi nei quali l’Università può proporsi come laboratorio avanzato. In essi la competizione con gli atenei di maggiori dimensioni non richiede l’imitazione, ma la valorizzazione di ciò che il contesto sardo rende scientificamente e culturalmente peculiare.
Attrazione e accoglienza costituiscono, in questa prospettiva, due momenti inseparabili della medesima politica. Portare studenti stranieri a Sassari non basta, qualora non siano garantite condizioni effettive di permanenza, integrazione e successo formativo. Sono quindi necessari servizi accessibili in lingua inglese, procedure più semplici per l’iscrizione e per gli adempimenti connessi ai visti, un ruolo più incisivo del Centro linguistico, corsi di italiano per stranieri, tutor dedicati, soluzioni abitative sostenibili e occasioni strutturate di socialità con gli studenti italiani. Lo studente internazionale non può essere considerato una presenza transitoria e separata, ma deve essere riconosciuto quale componente della comunità universitaria. Per la stessa ragione, internazionalizzazione e diritto allo studio non possono procedere su linee parallele: gli studenti provenienti da contesti fragili, da Paesi in via di sviluppo, da programmi di cooperazione o da percorsi rivolti ai rifugiati richiedono misure specifiche. Le iniziative già rivolte a studenti internazionali in condizioni di svantaggio o provenienti dal Nord Africa possono essere consolidate sino a configurare un modello di internazionalizzazione inclusiva. Un’università aperta al mondo non è soltanto quella capace di attrarre le élite globali, ma anche quella che rende il sapere accessibile a chi proviene da condizioni di maggiore vulnerabilità.
Se l’internazionalizzazione dei corsi di laurea amplia l’orizzonte della formazione, quella del dottorato incide direttamente sulla reputazione scientifica dell’Ateneo. I dottorati non possono restare confinati in una dimensione prevalentemente locale o dipartimentale. Occorre, pertanto, una strategia internazionale di Ateneo per la formazione dottorale, capace di sostenere i corsi nella promozione all’estero, nella selezione dei candidati, nella qualità della supervisione, nella formazione trasversale e nel successivo inserimento nelle reti della ricerca. Non è sufficiente che i dottorati ospitino singole presenze straniere: è necessario che siano internazionali per composizione, relazioni scientifiche, mobilità, criteri di qualità e prospettive professionali.
Sassari dispone, sotto questo profilo, di un vantaggio potenziale: può offrire una comunità accademica a misura di persona, inserita in un contesto ambientale e culturale di particolare qualità. Un vantaggio potenziale, però, resta tale se non è tradotto in organizzazione. Servono procedure rapide, informazioni chiare e complete in lingua inglese, servizi abitativi per visiting professor e ricercatori, sostegno alle famiglie, assistenza amministrativa, orientamento alla città e un’effettiva integrazione nei Dipartimenti. L’attrattività non dipende soltanto dall’eccellenza della ricerca, ma anche dall’affidabilità dell’istituzione e dalla qualità concreta dell’esperienza che essa è in grado di assicurare.
In questa cornice l’Università di Sassari dovrebbe assumere con maggiore decisione una vocazione euro-mediterranea, non già come formula retorica, ma come progetto istituzionale. Può essere costruita una piattaforma permanente di cooperazione accademica fra università dell’Europa meridionale, del Nord Africa, del Medio Oriente e delle isole mediterranee, concentrata sui temi nei quali Sassari dispone di competenze e legittimazione: sostenibilità dei territori insulari, sicurezza alimentare, salute pubblica, gestione delle risorse idriche, transizione energetica, patrimonio culturale, turismo sostenibile, lingue e culture, migrazioni e cooperazione allo sviluppo. Una scelta di questo genere produrrebbe un duplice effetto: consentirebbe all’Ateneo di occupare uno spazio internazionale chiaramente identificabile e permetterebbe alla Sardegna di inserirsi in una geografia della conoscenza non subordinata ai soli centri continentali. Sassari potrebbe così svolgere, in senso proprio, una funzione di università-ponte: fra isola e continente, fra Europa e Mediterraneo, fra ricerca avanzata e territori fragili, fra radicamento culturale e circolazione globale del sapere.
02
Il rapporto con le scuole e l’orientamento
Per l’Università di Sassari l’orientamento non è una semplice tecnica di promozione dell’offerta formativa. Esso si collega al diritto allo studio, alla possibilità per i giovani di compiere scelte effettivamente consapevoli senza essere costretti ad abbandonare il proprio territorio e, in definitiva, alla capacità dell’Ateneo di agire come presidio pubblico accessibile e radicato nella comunità. I dati richiamati nel documento restituiscono un quadro preoccupante: nell’anno scolastico 2024/2025 il rischio di dispersione scolastica implicita in Sardegna avrebbe raggiunto il 20,7 per cento, collocandosi fra i valori più elevati del Paese. Nelle aree interne e nei contesti periferici l’Università di Sassari continua, inoltre, a essere percepita come un’opportunità difficile da raggiungere, onerosa da sostenere e non sempre prossima alle esigenze delle famiglie. L’orientamento deve perciò aiutare gli studenti a costruire una scelta non soltanto informata, ma anche sostenibile.
L’Ateneo dispone già di una base significativa: il Servizio orientamento studenti, gli studenti orientatori, i percorsi rivolti alle scuole, i PCTO, i corsi di orientamento attivo, le giornate dedicate e un patrimonio di relazioni territoriali che rappresenta una risorsa preziosa. Ciò che ancora difetta è, soprattutto, la continuità delle azioni e la stabilità delle relative infrastrutture organizzative. L’orientamento non può essere la somma episodica di iniziative pur meritorie. Esso deve assumere la forma di una filiera integrata, raccordata anche alla terza missione, capace di accompagnare lo studente prima della scelta, durante il percorso universitario e nella transizione al lavoro o a ulteriori studi.
Il primo dato con il quale misurarsi è il restringimento del bacino potenziale degli immatricolati, in un contesto di crescente pressione competitiva. Molti giovani sardi devono scegliere se restare nell’Isola, trasferirsi nella penisola o rivolgersi a soluzioni percepite come più flessibili e meno onerose, quali le università telematiche. A questa difficoltà si aggiunge quella, non meno rilevante, del primo biennio dei corsi di laurea. In Sardegna il problema non coincide soltanto con l’accesso all’Università, ma riguarda la possibilità di acquisire tempestivamente un metodo di studio e gli strumenti necessari per superare le prime difficoltà. È nei mesi iniziali che si concentrano smarrimento, rallentamenti, obblighi formativi aggiuntivi non assolti, difficoltà nell’organizzazione del lavoro e forme di dispersione silenziosa che spesso precedono l’abbandono.
Il rafforzamento dell’orientamento deve muovere, anzitutto, da un presidio sistematico del territorio regionale, con particolare attenzione alle scuole delle aree interne, dei contesti periferici e dei bacini socialmente più fragili. La presenza dell’Ateneo deve diventare più frequente, diffusa e riconoscibile e non può esaurirsi nei grandi eventi di presentazione. Occorrono laboratori, attività disciplinari, esperienze di autovalutazione, incontri con docenti, tutor e studenti senior, momenti rivolti alle famiglie e strumenti di accompagnamento che rendano più intellegibile la scelta universitaria. Si deve adottare un modello di orientamento in entrata capillare e di prossimità: i Dipartimenti devono raggiungere i piccoli centri e operare nei contesti meno serviti entro relazioni continuative con scuole, comunità locali e famiglie. Non si tratta di organizzare una campagna occasionale, ma di costruire una rete stabile di micro-interventi territoriali — visite ripetute, ascolto dei bisogni, iniziative calibrate sui singoli contesti scolastici, accompagnamento degli studenti più incerti, coinvolgimento delle famiglie nei passaggi decisivi — che faccia dell’orientamento una forma visibile della presenza pubblica dell’Ateneo in Sardegna.
In secondo luogo, l’Università di Sassari deve investire con maggiore decisione sull’orientamento in itinere, inteso come politica di accompagnamento personalizzato. Il tutorato deve essere una presenza stabile, riconoscibile e accessibile nei momenti più delicati: ingresso, assolvimento degli OFA, primo anno, scelta del curriculum, preparazione della tesi, passaggio al lavoro, alla laurea magistrale o ai master. Un ruolo particolare può essere attribuito ai laboratori, quali luoghi di partecipazione attiva, valorizzazione del merito, riduzione dei tempi di laurea e connessione con il territorio. La loro formalizzazione all’interno dell’offerta formativa, anche mediante il riconoscimento di crediti e attestazioni, consentirebbe di trasformare l’orientamento in una componente strutturale dell’esperienza universitaria, capace di incidere sulla motivazione, sulla qualità delle carriere e sul senso di appartenenza alla comunità accademica.
Questa concezione dell’orientamento deve oggi confrontarsi con la trasformazione tecnologica e, in particolare, con l’intelligenza artificiale. L’Università di Sassari può sviluppare un modello di sostegno agli studenti fondato sulla relazione umana e, insieme, dotato di strumenti intelligenti accessibili senza soluzione di continuità, alimentati esclusivamente da fonti ufficiali dell’Ateneo e capaci di fornire risposte immediate e affidabili su immatricolazioni, scadenze, OFA, piani di studio, servizi, tirocini, mobilità, opportunità formative e procedimenti amministrativi. Soluzioni di questo tipo sono già utilizzate in altri atenei per l’assistenza di primo livello; al tempo stesso, le indicazioni dell’UNESCO richiamano la necessità che l’impiego dell’intelligenza artificiale sia trasparente, sicuro, sottoposto a regole chiare e orientato alle persone. In un Ateneo come il nostro, un assistente digitale istituzionale potrebbe ridurre la distanza percepita, abbreviare i tempi di risposta, assicurare continuità nel rapporto con gli studenti e alleggerire il lavoro degli uffici, riservando all’intervento personale i casi complessi e delicati. L’innovazione ha senso, in questa prospettiva, soltanto se amplia la capacità di ascolto e di accompagnamento dell’istituzione.
L’orientamento in itinere deve inoltre preparare gli studenti a comprendere la trasformazione dei saperi e del lavoro. Tutorato e orientamento sono chiamati a svolgere anche una funzione di alfabetizzazione critica alle nuove tecnologie, affinché gli strumenti digitali avanzati siano utilizzati in modo consapevole, eticamente responsabile e produttivo. L’Università di Sassari può collocarsi in posizione innovativa proprio facendo dell’orientamento uno spazio di preparazione culturale alla transizione tecnologica che investe la formazione e le professioni.
In terzo luogo, l’orientamento deve consolidare il nesso fra Ateneo, terza missione e sviluppo territoriale. L’Università ha il compito di contrastare l’idea che la costruzione del proprio futuro richieda necessariamente di andare altrove. Spetta anzitutto ai docenti rendere visibili, già durante gli studi, le connessioni fra formazione, amministrazioni pubbliche, professioni, imprese, terzo settore, ricerca e innovazione. Il coinvolgimento degli attori sociali ed economici, i tirocini coerenti, i laboratori professionalizzanti e i rapporti con istituzioni e soggetti del territorio costituiscono una base solida per fare dell’orientamento uno strumento di mobilità sociale, cittadinanza attiva e contrasto allo spopolamento delle aree interne.
È precisamente nell’orientamento che l’Università di Sassari può esprimere una delle componenti più forti della propria identità pubblica. Per farlo, deve essere una comunità inclusiva ma non indulgente, capace di sostenere gli studenti senza rinunciare alla serietà della formazione e di accompagnare i giovani sardi nella costruzione di un progetto di vita consapevole, esigente e libero.
03
La comunicazione
La diffusione delle tecnologie digitali, l’affermazione delle piattaforme sociali e la progressiva disintermediazione dei flussi informativi hanno modificato in profondità le modalità attraverso le quali istituzioni, organizzazioni e cittadini producono, condividono e ricevono informazioni. In un ambiente reticolare, attraversato da una pluralità di canali, linguaggi e dispositivi, anche l’Università di Sassari deve ripensare continuamente le proprie strategie. Il passaggio necessario è quello da una comunicazione prevalentemente burocratica e trasmissiva a una comunicazione capace di coinvolgere, spiegare e rendere riconoscibili l’identità dell’Ateneo e i suoi punti di forza. Ciò non significa cedere alla logica meramente promozionale, bensì assumere che la chiarezza, l’ascolto e la capacità di rendere comprensibile l’azione istituzionale sono parte della responsabilità pubblica dell’Università.
Negli ultimi anni l’Ateneo ha promosso iniziative volte ad assicurare un flusso costante di informazioni sulle attività degli organi istituzionali, a valorizzare i risultati, a diffondere obiettivi ed esiti della performance presso gli stakeholder e ad attivare percorsi formativi sul sistema AVA 3. Sono stati inoltre avviati interventi sulla governance e sui modelli organizzativi, fra i quali l’istituzione di un gruppo di lavoro permanente dei referenti per la comunicazione nominati nei Dipartimenti. Si tratta di acquisizioni importanti, che tuttavia non bastano. La comunicazione deve essere ulteriormente valorizzata e ricondotta a un disegno unitario, quale funzione essenziale al servizio della ricerca, della didattica e della terza missione. In questa direzione possono essere individuate cinque linee prioritarie.
- Affermare la centralità della comunicazione e incrementare gli investimenti complessivi. La comunicazione universitaria non è un’attività accessoria rispetto alle funzioni tradizionali dell’Ateneo. Essa concorre al corretto funzionamento dei servizi, alla valorizzazione della ricerca e della terza missione, alla costruzione di relazioni stabili con gli studenti, con il territorio, con il sistema produttivo e con le istituzioni. È, inoltre, uno strumento di trasparenza, perché rende leggibili e comprensibili i processi decisionali e amministrativi. Deve pertanto acquisire piena dignità organizzativa e adeguate risorse professionali e finanziarie. In questo ambito va incoraggiato anche l’impiego consapevole delle tecnologie digitali e delle applicazioni di intelligenza artificiale, purché siano utilizzate come strumenti di supporto e non come sostituti della responsabilità istituzionale.
- Sviluppare una governance della comunicazione più coordinata ed efficace. La risposta alle nuove esigenze comunicative richiede un rafforzamento del governo complessivo del sistema, tanto sul piano dell’organizzazione degli uffici quanto su quello delle regole che disciplinano le attività. Particolare attenzione deve essere riservata al raccordo fra l’Ufficio comunicazione, relazioni con il pubblico e trasparenza e le strutture dipartimentali, inclusi i referenti per la comunicazione. Il modello da perseguire è quello di un governo federale della comunicazione: unitario negli indirizzi e negli standard, ma capace di riconoscere e valorizzare le specificità delle diverse articolazioni dell’Ateneo.
- Costruire un’identità comunicativa riconoscibile e condivisa. La comunicazione deve rappresentare in modo coerente l’unità dell’Ateneo senza cancellare la pluralità delle sue componenti. Occorre, quindi, rafforzare linee guida e standard comuni, così da valorizzare le specificità dei Dipartimenti e delle altre strutture entro un’immagine istituzionale chiara e riconoscibile. Particolare cura deve essere riservata alla diffusione e alla corretta applicazione dell’identità visiva dell’Ateneo. Ma l’identità comunicativa non può essere costruita soltanto dall’alto: richiede strumenti costanti di ascolto e di restituzione — sondaggi, questionari di soddisfazione, monitoraggio dei social media e analisi dei dati web — capaci di far emergere bisogni, percezioni e criticità dei diversi pubblici.
- Potenziare la presenza nei media e nei canali digitali. La presenza dell’Ateneo deve essere mantenuta e rafforzata tanto nei mezzi di comunicazione tradizionali quanto nei canali digitali. Siti istituzionali e social media sono ormai strumenti essenziali del rapporto con la società e, in particolare, con le giovani generazioni. L’Ateneo deve investire nella produzione di contenuti di qualità, capaci di raccontare con chiarezza e rigore le attività accademiche. È necessario un approccio integrato e multicanale, nel quale sito web, social media, eventi, orientamento e relazioni territoriali operino secondo un disegno coordinato. Il sito deve diventare il centro ordinatore dell’informazione istituzionale, intuitivo e costruito sull’esperienza dell’utente; i social, invece, devono raccontare in forma autentica la vita universitaria, dando conto della dimensione scientifica, culturale e sociale dell’Ateneo senza banalizzarla.
- Sostenere l’internazionalizzazione e garantire l’accessibilità dei contenuti. La crescente dimensione internazionale delle attività accademiche impone strategie comunicative più aperte e inclusive. I canali istituzionali, e in primo luogo i siti web, devono assicurare una presenza ben più significativa della lingua inglese, affinché informazioni e servizi siano realmente fruibili da una platea internazionale. Al tempo stesso, l’accessibilità digitale deve diventare un criterio ordinario di progettazione e gestione, così da garantire pari opportunità di accesso agli studenti, al personale docente e tecnico-amministrativo e agli utenti esterni. Eliminare le barriere digitali significa non soltanto adempiere a un obbligo giuridico, ma rendere effettiva la partecipazione delle persone con disabilità alla vita universitaria e, più in generale, rafforzare i processi di integrazione all’interno della comunità accademica.