Di seguito la versione integrale dell’intervista, senza i tagli resi necessari dai limiti di spazio dell’edizione a stampa
Professor Chessa, che cosa l’ha spinta a candidarsi alla guida dell’Università di Sassari? E perché ritiene di essere la persona giusta per guidarla nei prossimi sei anni?
Credo che l’Università di Sassari sia davanti a un bivio: può accompagnare lentamente il proprio ridimensionamento oppure può decidere di cambiare modello. Io mi candido per la seconda strada. I prossimi sei anni non saranno facili. Avremo meno giovani in Sardegna, una competizione molto più aggressiva fra università per poche risorse pubbliche e l’intelligenza artificiale che cambierà didattica, ricerca e organizzazione del lavoro. Certo, sarebbe ingenuo pensare che un rettore possa avere da solo tutte le risposte. Però conosco questa Università abbastanza da sapere quali sono le sue grandi risorse, ma anche dove si inceppa, dove perde tempo, dove disperde energie. E prima o poi arriva un momento nel quale ciò che hai ricevuto diventa una responsabilità. Per me quel momento è adesso. Non mi interessa semplicemente amministrare l’Ateneo per sei anni: vorrei contribuire a lasciarlo più forte di come l’ho trovato, e soprattutto nelle condizioni di avere ancora un futuro ambizioso in una Sardegna che rischia invece di abituarsi al declino.
Il calo demografico della Sardegna rischia di tradursi in un forte calo degli iscritti. Come si affronta quella che rischia di essere una vera emergenza?
Innanzitutto, dicendo la verità. Nel 2000 i sardi con meno di 14 anni erano circa 252 mila; nel 2025 sono poco più di 151 mila. Quasi il 40 per cento in meno. Non esiste strategia universitaria seria che possa ignorare questo dato. Il pericolo è un circuito perverso: meno giovani, meno studenti; meno studenti, meno risorse; meno risorse, minore capacità di investire e attrarre; quindi, ancora meno studenti. Sarebbe un errore pensare di risolvere il problema semplicemente facendo pubblicità e orientamento. Bisogna diventare più attrattivi. Significa qualità della didattica, tutorato, laboratori, residenze, servizi, internazionalizzazione, maggiore collegamento con il lavoro e un’offerta capace di parlare anche agli studenti adulti e lavoratori. Resta, tuttavia, il fatto che il sistema nazionale di finanziamento e di assegnazione delle risorse penalizza strutturalmente un’università che opera in un’isola come la nostra. Per questo propongo di utilizzare l’autonomia speciale della Sardegna per costruire un modello di finanziamento più stabile e programmabile. Non possiamo rispondere a una crisi strutturale con strumenti occasionali.
Le sedi gemmate sono ancora un investimento strategico o rischiano di diventare un costo non più sostenibile?
Una sede territoriale ha senso se possiede una missione riconoscibile e diventa luogo di incontro fra ricerca, formazione e vocazione del territorio. Alghero ha costruito un’identità nell’architettura, nel paesaggio e nella pianificazione; Olbia può rafforzarsi su turismo, mobilità, logistica e scienze del mare; Nuoro e Oristano possono diventare laboratori sulle aree interne, la sostenibilità, l’agroalimentare e le trasformazioni sociali. Ma non possiamo moltiplicare strutture per presidiare una bandierina sulla carta geografica o per ragioni ancora meno onorevoli. Dobbiamo invece costruire specializzazioni complementari
Cagliari: alleato con cui costruire un sistema universitario regionale più forte oppure concorrente?
Oggi il sistema nazionale spinge gli Atenei a competere per studenti, risorse, corsi e finanziamenti. La mia proposta è cambiare il terreno di gioco. Sassari e Cagliari devono continuare a competere dove la competizione produce qualità, ma devono cooperare dove la frammentazione produce soltanto costi e debolezza. A tal fine occorre un nuovo sistema universitario sardo. Non penso a un’unica università regionale e nemmeno a due Atenei subordinati alla Regione. Penso a due università autonome che programmano con la Regione ciò che conviene alla Sardegna fare insieme. Il futuro non è Sassari contro Cagliari. È capire quanto la Sardegna perda quando Sassari e Cagliari non riescono a fare sistema.
I Dipartimenti rischiano talvolta di trasformarsi in “repubbliche autonome” o “monarchie”. Quanto potere deve avere il rettore?
Abbastanza per garantire una direzione comune, ma non tanto da trasformare l’Ateneo in una piramide amministrativa. Pensare che ogni potestà decisionale debba risalire al centro significa produrre lentezza, dipendenza e deresponsabilizzazione. Ma dodici Dipartimenti che procedono come dodici università separate non fanno un Ateneo. Il principio che propongo è quello della sussidiarietà: le decisioni devono essere prese il più vicino possibile al luogo nel quale nascono i problemi, quando lì esistano competenze e responsabilità adeguate. Al Rettore e agli organi centrali spettano strategia, equilibrio tra strutture, programmazione delle risorse, qualità e controllo dei risultati.
L’intelligenza artificiale sta già rivoluzionando professioni e ricerca. Uniss è pronta?
Nessuna università può dirsi pronta, perché siamo dentro una trasformazione della quale ancora non vediamo pienamente l’esito. Possiamo però decidere se esserne protagonisti o spettatori. L’intelligenza artificiale, infatti, non richiede soltanto qualche nuovo insegnamento: impone di ripensare che cosa insegnare, come farlo e come valutare l’apprendimento. Ogni studente dovrà acquisire una competenza critica di base sull’IA e ogni corso dovrà declinarla nel proprio campo, dalla medicina all’agricoltura, dal diritto alle scienze umane e sociali. Propongo, inoltre, la creazione del CRIDIA, un acronimo che sta per “Centro di ricerca su informatica, dati e intelligenza artificiale”, cioè un hub agile e interdisciplinare, capace di mettere insieme informatica, medicina, agraria, ambiente, economia, diritto e discipline umanistiche, fornendo infrastrutture di dati e competenze comuni.
Il cambiamento climatico toccherà settori decisivi per la Sardegna. Quale ruolo può avere l’Università?
La Sardegna può diventare uno dei luoghi nei quali il futuro arriva prima: scarsità idrica, incendi, desertificazione, trasformazioni dell’agricoltura, pressione sulle coste, nuovi modelli turistici ed energetici. È una condizione difficile, ma scientificamente ci offre anche una responsabilità straordinaria.
L’Università di Sassari possiede competenze in agraria, veterinaria, biodiversità, ambiente, medicina, economia, diritto, architettura. Bisogna metterle in relazione molto più di quanto accada oggi. Il cambiamento climatico non appartiene a un Dipartimento: è esattamente il tipo di problema per il quale le discipline devono lavorare insieme.
Da anni si chiede all’Università di essere uno dei motori dello sviluppo del Nord Sardegna. Quanto ci riesce davvero?
Esistono molte esperienze importanti, ma dobbiamo riconoscere che troppo spesso dipendono dalla buona volontà e dalle relazioni dei singoli gruppi di ricerca. Dobbiamo trasformare una somma di eccellenze in una strategia comune. Propongo accordi pluriennali con imprese, amministrazioni e Regione in settori strategici: agroalimentare, salute, digitalizzazione, risorse naturali, patrimonio culturale. Laboratori congiunti, ricerca applicata e formazione avanzata devono diventare normali strumenti di relazione con il territorio. Ma c’è un passaggio ancora più radicale: dobbiamo smettere di considerare l’Università semplicemente come una destinataria di finanziamenti pubblici. L’Università è anche un’infrastruttura economica e sociale. Produce innovazione, occupazione qualificata e capacità istituzionale.
Sassari si definisce città universitaria. Quanto lo è davvero?
Molto nella storia, meno di quanto dovrebbe nella vita quotidiana. Una città è universitaria quando gli studenti non si limitano a frequentare le lezioni e poi scompaiono. Quando abitano la città, frequentano i suoi spazi culturali e sportivi, ne animano il centro, producono economia e relazioni. Vorrei arrivare a un punto nel quale non fosse più necessario definire Sassari “città universitaria”. Dovrebbe vedersi camminando per strada.
Guardiamo al 2032. Quale risultato le farebbe dire di avere centrato il suo obiettivo?
Vorrei trovare un’Università che abbia invertito una traiettoria. Un Ateneo nel quale i giovani ricercatori vedano una prospettiva anziché una precarietà permanente; nel quale il personale tecnico-amministrativo sia valorizzato, adeguatamente retribuito e non schiacciato dagli adempimenti; nel quale gli studenti trovino servizi, laboratori, opportunità internazionali e un rapporto vero con la città. Un’Università capace di utilizzare l’intelligenza artificiale senza perdere il valore insostituibile dell’intelligenza umana. Vorrei soprattutto che nel 2032 Sassari fosse più forte perché è diventato più forte il sistema universitario sardo. Finanziamenti pluriennali, programmazione condivisa fra Regione e Atenei, garanzie rigorose dell’autonomia universitaria. Se nel 2032 potessimo dire che l’Università di Sassari non si è limitata a resistere alla crisi demografica, ma è diventata una delle istituzioni che hanno aiutato la Sardegna a reagire, quello sarebbe per me il risultato più importante.